Sì, sì, ho capito, devo proprio farlo... Cari amici di T H R U S T, è con uno strabordante entusiasmo (se guardate attentamente, potete DAVVERO vederlo strabordare) che mi accingo a scrivere l'ennesimo reportaggio sullo European Jazz Expo [sbadiglio]. Premetto che quest'anno, per bieche ragioni di budget, sono stato costretto a rinunciare al consueto abbonamento, indipercui vi tocca accontentarvi del racconto di quanto è accaduto nell'ultima serata, due giorni fa.
La prima cosa da dire è che è stata un'edizione decisamente sottotono, soprattutto rispetto a quanto visto lo scorso anno. Una serata in meno, meno concerti in contemporanea, meno ospiti, meno grandi nomi. Anche il pubblico pare sia stato di meno. A tutto ciò va aggiunta la concomitanza con il salone del mobile, che ha ristretto drasticamente gli spazi destinati al festival (a proposito, se avete qualche parente/amico/conoscente/contemporaneo che è andato all'Expo e non è più tornato, chiamatelo al cellulare e avvisatelo che è inutile che continui a vagare per la Fiera cercando la Sala Rossa: ormai il concerto è finito), ed alcune scelte organizzative non proprio felici.
La prima di queste riguarda il cartellone che, almeno nella giornata di domenica, non ha certo brillato per originalità. Il numero dei trii batteria-basso-pianoforte ha superato abbondantemente il livello di guardia, non si vedeva un basso elettrico neanche a pagarlo (qualche spettatore ha provato a portarselo da casa ma pare glielo abbiano sequestrato all'ingresso) e la tradizione l'ha fatta da padrona un po' ovunque. Terribile poi la scelta dello stage principale all'aperto, o meglio al semi-aperto: l'altissimo telone che copriva la parte più distante della platea si è rivelato, come era ampiamente prevedibile, del tutto inutile per riparare il pubblico dalla pioggia, considerato che tirava pure vento.
Partenza alle 17 con parcheggi già intasati (ma l'impressione è che il pubblico fosse meno rispetto all'anno scorso) e progetto Zapping sul palco dell'Arena. Trattasi di un sestetto capitanato da Furio Di Castri e Rita Marcotulli (massimi esponenti della legione di prezzemolini che ha suonato un po' ovunque per tutta la fine settimana, procurando agli organizzatori un notevole risparmio sui cachet) che rielabora pezzi di Thelonius Monk e Frank Zappa. Loro hanno dato l'impressione di divertirsi parecchio, io li ho trovati un po' freddini. Insomma, non mi hanno entusiasmato più di tanto.
Alle 18, al caldo del Centro Congressi, lo Special Project di Marco Zurzolo, con un'ampia formazione arricchita da due comprimari d'eccezione: Archie Shepp (Archie Sheep, letteralmente 'Arcibaldo Pecora', per molti giornalisti isolani e per un ignoto titolista dell'Unione Sarda) al sax e Don Moye alla batteria. Il primo ha mostrato una classe sconfinata, ma è apparso a dir poco ingabbiato nelle composizioni fin troppo rassicuranti di Zurzolo, assai lontane dal suo genere musicale. Il secondo, invece, ha giganteggiato da par suo, dimostrando di riuscire a calarsi in qualsiasi contesto. Il combo ha proposto un sound molto orecchiabile, mediterraneo con qualche venatura latina, che sa tanto di già sentito.
Alle 18, caccia al tesoro per l'introvabile Sala Rossa, dove suonava il duo di Harve Henriksen e Jan Bang. Tromba il primo, elettronica il secondo. Vale a dire: quello che fanno tutti i norvegesi fin dai primi anni Novanta, da Nils Petter Molvaer in avanti. Piacevole ed evocativo, ma niente di nuovo. Doveroso salto al Jazzino per la fine del set dei Musica Ex Machina del ratapignatiano Francesco Bachis, con Guido Coraddu eccezionalmente al pianoforte vero (fa un certo effetto, dopo averlo visto suonare il piano elettrico in situazioni anche piuttosto precarie, come la scala dell'ex liceo artistico di Piazzetta Dettori durante Marina Café Noir). Forse l'episodio più originale della serata (chiusura a parte, ma di questo parlerò dopo), il che è tutto dire, considerato che le occasioni per sentirli gratis, da queste parti, non mancano di certo.
Ore 20, Centro Congressi, Hilario Duran in trio con Roberto Occhipinti e Mark Kelso. Qualitativamente, il momento più alto della serata (chiusura a parte, ma di questo parlerò ecc.). Latin jazz trascinante, con una sezione ritmica muscolare e un solista ispirato e mai banale. Nel frattempo, nell'Arena si esibiva un trio analogo. Tre americani giovani, belli e abbronzati capitanati dal pianista Orrin Evans, che ogni dieci secondi gridava: "Obama!" con il pubblico che prontamente si faceva pervadere dall'entusiasmo, abbastanza incomprensibilmente. Nonostante la formazione tradizionale e tutta acustica, i tre hanno mostrato un piglio decisamente contemporaneo. Ecco, magari The Star Spangled Banner ce la avrebbero potuta risparmiare, visto che non eravamo al Superbowl.
Alle 21, fila interminabile all'ingresso della Sala Blu per il duo chitarristico dei fratelli Ferra. Ovviamente ho lasciato perdere. In Sala Rossa, ennesimo trio: Anke Helfrich, Dejan Terzic e Martin Gjakonovski. Bella la pianista, ma la musica decisamente scolastica. Si rendeva necessaria una pausa nutrizionale per testare i due gazebo che affumicavano la platea dell'Arena (sul finire del primo concerto la gente scappava con le lacrime agli occhi). Uno offriva spiedini di salsiccia o di carne e peperoni a prezzi esorbitanti, l'altro un più invitante kebab a 5 euro, con birra a 3. Peccato per il panino un po' piccolo, non munito di forchetta (con inevitabili conseguenze per i vestiti) e con le verdure appena tolte dal frigo. Insomma, non un granché. Nel frattempo, la temperatura si stabilizzava, convincendomi a lasciare in macchina il giubbottone con cappuccio (ah, quanto me ne sarei pentito di lì a poco!) e tenere indosso la giacca, elegante ma non molto pratica in caso di pioggia. L'Arena, eccezionalmente adibita a ristorante (nel senso che tutti prendevano il kebab e la birra e poi, necessitando di un punto d'appoggio, andavano a sedersi lì per mangiare snobbando i tavolini del punto ristoro), ospitava l'Alta Madera Trio, che poi in realtà era un quartetto con l'aggiunta del clarinettista Gabriele Mirabassi. Formazione, in questo caso, diversa dal solito: contrabbasso, chitarra e violino. Non mi sbilancio sul giudizio, visto che ero troppo occupato a mangiare.
Digestione pesante, a partire dalle 22, al Centro Congressi, con Il Vino All'Opera, progetto di Antonello Salis e Furio Di Castri che, con una formazione abbastanza ampia, rileggevano arie d'opera in versione jazz. Non amando affatto la lirica non ho potuto apprezzare, nonostante la felice vena cabarettistica dei musicisti. Cazzeggio di qua e di là, passaggio in Sala Blu alle 23 per il quartetto di Antonio Ciacca (bravini, ma niente di che) e poi, finalmente, il gran finale.
Con un paio di minuti di anticipo sull'orario previsto, è salito sul palco dell'Arena il James Taylor Quartet, band che amo a dismisura. Fuori cominciava a piovere, dentro... pure. Un'ora e un quarto a ballare sotto la pioggia, un'esperienza mistica. Un concerto che da solo valeva il prezzo del biglietto (15 euro contro i 20 più prevendita pagati per gli Incognito). Sei musicisti straordinari sul palco (il quartetto con l'aggiunta di sassofonista e cantante), musica che declina l'acid jazz in chiave vintage, suono 'grasso', sporco. Peccato che Taylor si sia presentato senza il fidato Hammond, comunque egregiamente sostituito da un Rhodes d'altri tempi (però si è presentato lo stesso "on the organ", salvo correggersi). Pubblico in delirio e cori da stadio alle prime note di Starsky & Hutch. Alla fine, nonostante qualche sbadiglio, la serata è andata e qualcosa da ricordare è rimasto.
La prima cosa da dire è che è stata un'edizione decisamente sottotono, soprattutto rispetto a quanto visto lo scorso anno. Una serata in meno, meno concerti in contemporanea, meno ospiti, meno grandi nomi. Anche il pubblico pare sia stato di meno. A tutto ciò va aggiunta la concomitanza con il salone del mobile, che ha ristretto drasticamente gli spazi destinati al festival (a proposito, se avete qualche parente/amico/conoscente/contemporaneo che è andato all'Expo e non è più tornato, chiamatelo al cellulare e avvisatelo che è inutile che continui a vagare per la Fiera cercando la Sala Rossa: ormai il concerto è finito), ed alcune scelte organizzative non proprio felici.
La prima di queste riguarda il cartellone che, almeno nella giornata di domenica, non ha certo brillato per originalità. Il numero dei trii batteria-basso-pianoforte ha superato abbondantemente il livello di guardia, non si vedeva un basso elettrico neanche a pagarlo (qualche spettatore ha provato a portarselo da casa ma pare glielo abbiano sequestrato all'ingresso) e la tradizione l'ha fatta da padrona un po' ovunque. Terribile poi la scelta dello stage principale all'aperto, o meglio al semi-aperto: l'altissimo telone che copriva la parte più distante della platea si è rivelato, come era ampiamente prevedibile, del tutto inutile per riparare il pubblico dalla pioggia, considerato che tirava pure vento.
Partenza alle 17 con parcheggi già intasati (ma l'impressione è che il pubblico fosse meno rispetto all'anno scorso) e progetto Zapping sul palco dell'Arena. Trattasi di un sestetto capitanato da Furio Di Castri e Rita Marcotulli (massimi esponenti della legione di prezzemolini che ha suonato un po' ovunque per tutta la fine settimana, procurando agli organizzatori un notevole risparmio sui cachet) che rielabora pezzi di Thelonius Monk e Frank Zappa. Loro hanno dato l'impressione di divertirsi parecchio, io li ho trovati un po' freddini. Insomma, non mi hanno entusiasmato più di tanto.
Alle 18, al caldo del Centro Congressi, lo Special Project di Marco Zurzolo, con un'ampia formazione arricchita da due comprimari d'eccezione: Archie Shepp (Archie Sheep, letteralmente 'Arcibaldo Pecora', per molti giornalisti isolani e per un ignoto titolista dell'Unione Sarda) al sax e Don Moye alla batteria. Il primo ha mostrato una classe sconfinata, ma è apparso a dir poco ingabbiato nelle composizioni fin troppo rassicuranti di Zurzolo, assai lontane dal suo genere musicale. Il secondo, invece, ha giganteggiato da par suo, dimostrando di riuscire a calarsi in qualsiasi contesto. Il combo ha proposto un sound molto orecchiabile, mediterraneo con qualche venatura latina, che sa tanto di già sentito.
Alle 18, caccia al tesoro per l'introvabile Sala Rossa, dove suonava il duo di Harve Henriksen e Jan Bang. Tromba il primo, elettronica il secondo. Vale a dire: quello che fanno tutti i norvegesi fin dai primi anni Novanta, da Nils Petter Molvaer in avanti. Piacevole ed evocativo, ma niente di nuovo. Doveroso salto al Jazzino per la fine del set dei Musica Ex Machina del ratapignatiano Francesco Bachis, con Guido Coraddu eccezionalmente al pianoforte vero (fa un certo effetto, dopo averlo visto suonare il piano elettrico in situazioni anche piuttosto precarie, come la scala dell'ex liceo artistico di Piazzetta Dettori durante Marina Café Noir). Forse l'episodio più originale della serata (chiusura a parte, ma di questo parlerò dopo), il che è tutto dire, considerato che le occasioni per sentirli gratis, da queste parti, non mancano di certo.
Ore 20, Centro Congressi, Hilario Duran in trio con Roberto Occhipinti e Mark Kelso. Qualitativamente, il momento più alto della serata (chiusura a parte, ma di questo parlerò ecc.). Latin jazz trascinante, con una sezione ritmica muscolare e un solista ispirato e mai banale. Nel frattempo, nell'Arena si esibiva un trio analogo. Tre americani giovani, belli e abbronzati capitanati dal pianista Orrin Evans, che ogni dieci secondi gridava: "Obama!" con il pubblico che prontamente si faceva pervadere dall'entusiasmo, abbastanza incomprensibilmente. Nonostante la formazione tradizionale e tutta acustica, i tre hanno mostrato un piglio decisamente contemporaneo. Ecco, magari The Star Spangled Banner ce la avrebbero potuta risparmiare, visto che non eravamo al Superbowl.
Alle 21, fila interminabile all'ingresso della Sala Blu per il duo chitarristico dei fratelli Ferra. Ovviamente ho lasciato perdere. In Sala Rossa, ennesimo trio: Anke Helfrich, Dejan Terzic e Martin Gjakonovski. Bella la pianista, ma la musica decisamente scolastica. Si rendeva necessaria una pausa nutrizionale per testare i due gazebo che affumicavano la platea dell'Arena (sul finire del primo concerto la gente scappava con le lacrime agli occhi). Uno offriva spiedini di salsiccia o di carne e peperoni a prezzi esorbitanti, l'altro un più invitante kebab a 5 euro, con birra a 3. Peccato per il panino un po' piccolo, non munito di forchetta (con inevitabili conseguenze per i vestiti) e con le verdure appena tolte dal frigo. Insomma, non un granché. Nel frattempo, la temperatura si stabilizzava, convincendomi a lasciare in macchina il giubbottone con cappuccio (ah, quanto me ne sarei pentito di lì a poco!) e tenere indosso la giacca, elegante ma non molto pratica in caso di pioggia. L'Arena, eccezionalmente adibita a ristorante (nel senso che tutti prendevano il kebab e la birra e poi, necessitando di un punto d'appoggio, andavano a sedersi lì per mangiare snobbando i tavolini del punto ristoro), ospitava l'Alta Madera Trio, che poi in realtà era un quartetto con l'aggiunta del clarinettista Gabriele Mirabassi. Formazione, in questo caso, diversa dal solito: contrabbasso, chitarra e violino. Non mi sbilancio sul giudizio, visto che ero troppo occupato a mangiare.
Digestione pesante, a partire dalle 22, al Centro Congressi, con Il Vino All'Opera, progetto di Antonello Salis e Furio Di Castri che, con una formazione abbastanza ampia, rileggevano arie d'opera in versione jazz. Non amando affatto la lirica non ho potuto apprezzare, nonostante la felice vena cabarettistica dei musicisti. Cazzeggio di qua e di là, passaggio in Sala Blu alle 23 per il quartetto di Antonio Ciacca (bravini, ma niente di che) e poi, finalmente, il gran finale.
Con un paio di minuti di anticipo sull'orario previsto, è salito sul palco dell'Arena il James Taylor Quartet, band che amo a dismisura. Fuori cominciava a piovere, dentro... pure. Un'ora e un quarto a ballare sotto la pioggia, un'esperienza mistica. Un concerto che da solo valeva il prezzo del biglietto (15 euro contro i 20 più prevendita pagati per gli Incognito). Sei musicisti straordinari sul palco (il quartetto con l'aggiunta di sassofonista e cantante), musica che declina l'acid jazz in chiave vintage, suono 'grasso', sporco. Peccato che Taylor si sia presentato senza il fidato Hammond, comunque egregiamente sostituito da un Rhodes d'altri tempi (però si è presentato lo stesso "on the organ", salvo correggersi). Pubblico in delirio e cori da stadio alle prime note di Starsky & Hutch. Alla fine, nonostante qualche sbadiglio, la serata è andata e qualcosa da ricordare è rimasto.
0 commenti:
Posta un commento